L’INCHIESTA – IL GIORNALE MAGGIO 2021

La buona SCUOLA

Autoreferenziale, astratto, poco attento agli studenti.                  È il sistema educativo italiano, che ora attende 32 miliardi dal Recovery Fund. Possono essere la svolta a condizione di cambiare marcia

Articolo di Piera Anna Franini

Sono arrivate le lim (lavagne interattive multimediali), i libri digitali, qualche computer, gli iPad, fioccano termini in inglese (flipped classroom, word, cloud…) a ribadire il concetto dell’«Ahi serva Italia…». Spesso operazioni cosmetiche che non riescono a cambiare il volto e l’anima della scuola italiana: per metodologia, contenuti e visione in molti casi pare ferma al millennio scorso. Trasmissiva e scarsamente interattiva, con tanta teoria e poca pratica, per nulla centrata sullo studente.

Il malfunzionamento è certificato dai numeri e dai risultati. Dall’ultimo rapporto Istat sul benessere equo sostenibile (Bes) risulta che solo il 62,6% degli Italiani fra i 25 e i 64 anni ha un diploma superiore, contro la media europea del 78,7%. Tra gli adulti di 30-34 anni il 27,9% ha un titolo universitario contro la media europea del 42,1%. E soprattutto, con la pandemia è salita al 23,9 la percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni che né studiano né lavorano (NEET). E ancora, l’Invalsi fotografa un’Italia con enormi disparità tra Nord e Sud, fra aree geografiche
e istituti, con un tredicenne su tre che non comprende un testo di italiano, e tra quanti arrivano in quinta superiore solo il 65,4% raggiunge risultati almeno adeguati in italiano, va ancor peggio in matematica e inglese.

Eppure, nel marasma, non mancano le buone notizie. Al comparto Istruzione e Ricerca sono destinati quasi 32 miliardi di euro del Pnrr, il
Piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato dall’Europa. Ma una cosa è chiara: l’investimento produrrà frutti solo se la macchina scolastica verrà profondamente revisionata. E di fatto, nell’annunciare il flusso miliardario, Mario Draghi ha sottolineato come istruzione e ricerca siano fattori indispensabili «per un’economia basata sulla conoscenza».

SCELTE SBAGLIATE
È questo il punto che si salda tra l’altro con l’analisi condotta da Giuseppe De Rita – fondatore del Censis – nel saggio «Una disperata confusione», un testo finito anche sul tavolo del neo-ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi. «Dobbiamo rimuovere la confusione per una scuola la cui qualità e reputazione rappresentino quella del Paese», dice il ministro invitando a riflettere sul testo di De Rita. «Molti dei guai» della scuola d’oggi risalgono alle scelte fatte negli anni ’50-’60, anni in cui l’idea «di una scolarizzazione ad oltranza indipendente dai modi e tempi di sviluppo del Paese vinse su quella di un’offerta formativa legata alla domanda di competenze richieste dal sistema economico-sociale» (De Rita). Scelta che tutto sommato funzionò fino agli anni ’80. Il resto è storia: «di un sistema autoreferenziale e autopropulsivo che da tempo non supporta lo sviluppo della nostra società ed economia. Nella scuola i giovani avvertono la bassa funzionalità della scuola alle proprie attese e ai propri bisogni di lavoro, di professionalità e di promozione sociale. La domanda “a che serve?” rimbalza
anche e specialmente nel mondo delle imprese». Che si organizzano in proprio istituendo scuole, si va dalla Guido Carli di Brescia, lanciata
dalla locale Confindustria, al Liceo Steam di Bologna di Confindustria Emilia.

Nella solita Italia a macchia di leopardo, fatta di picchi e cadute non mancano casi di studenti, docenti e istituti virtuosi. Prendiamo il «Martino Martini» di Mezzolombardo e la sua dirigente Tiziana Rossi: vincente per come applica il principio dell’autonomia scolastica, in particolare per quanto riguarda la voce «Ricerca e Sviluppo».

Al MM la didattica è organizzata per problemi, progetti e competenze. E fra gli ultimi progetti tradotti in realtà, un velivolo ultraleggero costruito dai ragazzi, rodato in febbraio ed ora venduto a 45 mila euro. Da dove viene tanto piglio innovativo? E come lo si nutre? «All’inizio invitavamo guru della didattica innovativa ed esperti di tecnologia avanzata. Poi i docenti hanno trovato la propria strada ed ora applichiamo la formula di un coinvolgimento progressivo degli insegnanti che formano i colleghi condividendo esperienze e visione», spiega Rossi, che comunque, come tutti, è costretta a scontrarsi con le inefficienze del sistema nazionale. «Dobbiamo ripartire dal capitale umano, dagli insegnanti. Il sistema di reclutamento va totalmente revisionato, i concorsi sono aberranti – spiega – . Dobbiamo lottare urgentemente contro la dispersione scolastica. L’Invalsi ci dice che abbiamo studenti che a 19 anni hanno competenze da terza media: come possiamo recuperare tutto questo?».

CARTE E VALUTAZIONI
A proposito di Invalsi, presi a bersaglio dalla peggior scuola, e della necessità di basarsi su dati per rettificare i percorsi formativi, alla MM come si procede? «Oltre alle consuete azioni di valutazione quantitative e qualitative di tutto quello che viene fatto, alludo a questionari Google e interviste, da due anni abbiamo una squadra di docenti che fa orientamento professionale e inserimento lavorativo occupandosi anche del post diploma: e questo ci dà una misura della qualità di quel che facciamo come scuola capace di orientare a opportune scelte di studio e di lavoro. Come tutti, poi, compiliamo RAV, i rapporti di autovalutazione, PDM, i cosiddetti piani di miglioramento…, ma detto con tutta franchezza quelle sono carte». A resistere sono anche alcuni istituti storici soprattutto in città di provincia: pubblici ma al tempo stesso
elitari poiché meritocratici. È il caso del liceo Sarpi di Bergamo per accedere al quale è gradita la lode in uscita dalle medie, e comunque è il 9 il punto di partenza. Selezione darwiniana anche tra i docenti in base al sano principio dell’accoglienza: del merito in questo caso. Del resto, il fattore che più incide sul successo di una scuola o azienda sta nel chi ti porti a bordo, il capitale umano. Intorno a tutto questo fioriscono
operazioni tecnologiche a supporto della scuola.

SGUARDO AL FUTURO
È un caso di successo redooc.com, la piattaforma di apprendimento dall’infanzia all’università basata su strategie e metodologie aggiornate.
La piattaforma digitale ha superato il mezzo milione di registrazioni, sull’onda di 2,5 milioni di lezioni, 15milioni di esercizi svolti, 5mila video lezioni. «Più di trecento scuole ci utilizzano in modo ufficiale, a queste si aggiungono quelle che ci seguono tramite i singoli docenti»,
spiega Chiara Burberi, la fondatrice. Burberi solleva un interrogativo provocatorio. «Gli oltre 800mila docenti fanno didattica nella più completa libertà. Viva la libertà. Però bisognerebbe poter misurare gli esiti di questo approccio, altrimenti è anarchia. Come è possibile che i nostri ragazzi dopo otto anni di lezioni di inglese ancora facciano fatica ad esprimersi? C’è qualcosa che non va». Appunto. Un’altra risposta concreta al problema si chiama p2plearning.it, ed è una piattaforma realizzata in piena pandemia da studenti impegnati a produrre contenuti per i coetanei, si va da videolezioni a slide riassuntive, lezioni fra pari. E pure competizioni: termine che la nostra scuola aborrisce perché preferisce livellare: verso il basso ovviamente. Ma per i veri salti servono le leve finanziarie. Vale a dire: le buone idee non campano senza investimenti. In H Farm, incubatore di startup con sede a Treviso, sta per decollare MY SCHOOL, progetto realizzato da una squadra di insegnanti, psicologi, informatici e 3D designer. È una «scuola ibrida», come la definiscono i fondatori: le lezioni sono fruibili sia live, sia on demand, con una biblioteca di contenuti sempre disponibili su diversi canali. Fra l’altro si sfruttano realtà virtuale e aumentata. Un esempio? Sarà possibile studiare il sistema solare mettendo in ordine i pianeti sul proprio banco.

COMPETENZE DIGITALI

Meglio «Excel» di un curriculum

Anche grazie alla spinta del NextGeneration, il fondo approvato nel luglio del 2020 dal Consiglio europeo per sostenere l’economia, in Italia si prevedono un milione di posti di lavoro in più da qui al 2026. Bisogna però attrezzarsi, formarsi, colmare il vuoto di una scuola scollegata dalla realtà socio-economica del Paese. Nove lavori su dieci richiederanno competenze digitali che la scuola non fornisce, e già ora viviamo la situazione paradossale di un’alta disoccupazione giovanile a fronte di aziende che faticano a trovare adeguate professionalità. Sul tema è netta Francesca Devescovi, Ceo di DigitAlly, impresa nata da una costola di Microsoft per accelerare l’entrata dei giovani nel mondo del
lavoro formando all’uso di strumenti digitali. «La tendenza è del tutto evidente: si chiedono sempre di più specialisti nell’analisi dei dati digitali, digital marketing, project management e e-commerce. Nel mondo digitale tutto è misurabile per cui ovunque è richiesto un approccio guidato dai dati. Per questo trovo assurdo che le università italiane non insegnino come si usano Excel o Google Analytics, che
invece sono la base di qualsiasi lavoro che si andrà a fare». «Per tanti colossi aziendali, Google in testa, il saper fare vince sul curriculum», ricorda Andrea Zanotti, Presidente dell’Opificio Golinelli, anche lui critico sul valore effettivo del tradizionale pezzo di carta. È una realtà ormai assodata: il candidato è assunto o respinto in rapporto a cosa sa o non sa fare, la pratica vince sulla teoria. E nell’Opificio, centro bolognese che unisce sotto uno stesso tetto attività di formazione, trasferimento tecnologico, e incubazione di attività imprenditoriali, si lavora proprio su questo. Stesso discorso alla 42 Roma Luiss, scuola di programmazione legata all’omonima università romana e per
la quale non si richiedono titoli ma piuttosto due requisiti: passare i test di logica e avere attitudine per il digitale.
PAF

Piera Anna Franini,
Giornalista per Forbes e il Giornale.